Quello che è successo all'ultimo campionato Europeo di Jiu Jitsu del 2012 ha veramente dell'incredibile..
E' stato scritto molto su questo episodio!
Voglio riportare pari pari ciò che Max de Michelis ha scritto sul suo blog http://maxbjj.blogspot.com su ciò che è accaduto ad Andrea "Mezzo kg" Verdemare.
Lo sport che ci siamo scelti è pericoloso, firmando la liberatoria all'europeo sappiamo che possiamo anche perdere la vita (testuali parole del documento). Quello che però non è scritto, è che gli atleti infortunati duranti la competizione non sono tutelati, non sono soccorsi professionalmente e non sono accompagnati all'ospedale. Se avessi saputo tutto questo, molto probabilmente, non avrei messo la mia incolumità nelle mani d’irresponsabili organizzatori di un evento considerato tra i più importanti al mondo.
Personalmente ho ricevuto una brutta testata che l'arbitro non ha visto o voluto vedere, Andrea Lavaggi ha dovuto riallinearsi l’articolazione del mignolo da solo perché gli infermieri non si sono voluti assumere la responsabilità di manipolargli il dito, ma sicuramente l'episodio che ha dell'incredibile, e al quale ho assistito, è il brutto infortunio di Andrea Verdemare e la reazione di medici e organizzatori.
lascio la parola ad Andrea che oggi ha scritto su FB il resoconto della sua esperienza: "Sono ormai molti anni che combatto nei maggiori campionati della IBJJF, e in ogni gara che ne uscissi vincitore o che ne uscissi sconfitto, ho imparato qualcosa...quest'anno non fa eccezione.
Ogni anno la gente si prepara meglio per vincere...come è noto molti fanno uso di sostanze considerate dopanti...ogni volta tutti sono disposti a fare quel passo in più che fa la differenza tra il primo e il secondo classificato. Tutto in nome della passione...passione non ripagata da nulla...perché paghiamo una media di 80 euro per non ricevere nulla in cambio...non un premio, non un servizio.
Nel 2004 Ronaldo "Jacarè" Souza si ruppe un braccio nella finale degli assoluti cintura nera...vince infiammando la folla ed ancora oggi tutti i praticanti di jiu jitsu parlano di quell'evento, ma dal punto di vista sbagliato.
Quell'evento, a detta sua, fece maturare in lui la decisione di non lottare più nei campionati IBJJF: un campione mondiale assoluto rimase senza soldi per tornare a casa, la federazione non gli fece nemmeno una chiamata, non un supporto economico per le cure...NULLA. Oggi qualsiasi praticante di jiu jitsu parla di quella lotta come un evento leggendario non guardando però oltre l'agonismo.
Il 29 gennaio, in nome di questa passione che ci infiamma, dopo tanti sacrifici salgo sul tatami di gara. Nel mezzo della lotta il mio avversario incastra una kimura, riesco a difenderla, lui repentino la trasforma in un armlock. Difendo anche quello ruotando il gomito, sento che il braccio viene spinto verso un omoplata, ma nel mezzo della transizione...CRACK...un calore pervade il braccio ce crolla al suolo senza più controllo, mi giro dall'altro lato per non vederlo...urlo.
Mi portano in infermeria, mi tengo il braccio mentre mi fanno domande...mi dicono che è rotto...una frattura scomposta...devo andare in ospedale e operarmi. Accanto a me ci sono i miei amici Simone e Alberto che discutono con infermieri e responsabili della federazione. Sento i toni scaldarsi, cerco di concentrarmi per capire che succede.
"...l'ambulanza da qui esce solo in caso di vita o morte, altrimenti dovremmo fermare l'evento, chiamate un taxi" dice una voce in portoghese. " ma è una frattura scomposta e la state steccando con i cartoni delle merendine, in macchina non può andare, se prendiamo una buca rischiamo che l'osso perfori muscoli o peggio ancora tendini..." urla Alberto.
"...sicurezza allontanate quest'uomo...per colpa sua non ti daremo nemmeno i cartoni per fermare il braccio...uscirai solo con la garza". Un'altra voce portoghese dice "chiamategli un taxi e paghiamolo noi così si levano dalle scatole".
Esco di li tenendomi il braccio, ogni passo è come se qualcuno cercasse di strapparmi via il bicipite dal braccio, uno dei dolori più intensi che ho mai provato. Chiediamo in giro il numero dell'ambulanza visto che loro non hanno voluto darcela. La custode del palazzetto si offre di portarmi lei...quando finalmente rispondono. Esco fuori, bianco cadaverico, non so descrivere il dolore...fermo in piedi sento in lontananza il rumore della sirena dell'ambulanza. Mai come in quel momento quel suono mi ha rassicurato di più.
Oggi sono a Roma nell’ospedale San Filippo Neri, venerdì verrò operato e mentre sono immobilizzato rifletto: io ho pagato 35 dollari di affiliazione come atleta, 82 euro di iscrizione alla gara eppure ho la netta impressione che non vedrò rimborsati nemmeno i 20 euro dell’ambulanza. Penso che noi cinture nere per la federazione siamo bestie da circo buone solo a fare spettacolo per far crescere la passione nelle cinture inferiori al fine di farle iscrivere al prossimo evento gonfiando così i portafogli degli unici veri vincitori. Non importa se ci spacchiamo, se assumiamo sostanze vietate a rischio di compromettere per sempre la nostra salute l’importante è fare spettacolo, non serve che lo sport sia pulito e ben organizzato a tutela degli atleti e non serve nemmeno premiarli tanto c’è la passione. D’altro canto abbiamo volontariamente firmato uno scarico completo delle responsabilità, perciò è solo colpa nostra…quindi possiamo, una volta rotti essere lasciati a noi stessi.
Non so se tornerò a fare gare, tuttavia spero di poter rivestire presto il kimono e ricominciare a fare quello che amo fare, spero altresì che questa mia esperienza possa essere d’aiuto a chi ama questo sport."
Da questo racconto, oltre alla criminale reazione di alcuni organizzatori nei confronti di Andrea, emerge l'insufficiente copertura medica per l'evento.
Tre infermieri e nessun medico per 10 tatami, una sola ambulanza che non si può spostare se non in casi di vita o di morte, sono un ben misero investimento vista la cifra pagata per partecipare al campionato. Una manifestazione di questo tipo deve garantire un servizio di assistenza medica di primissimo livello. La sicurezza degli atleti dovrebbe essere prioritaria per gli organizzatori dell'evento.
Non è ammissibile che atleti infortunati si debbano arrangiare da soli per raggiungere a loro spese l'ospedale o costretti a litigare per avere ciò che gli è dovuto per diritto. Nel palazzetto ci deve essere almeno un medico e una attrezzatura in grado di prestare i primi soccorsi agli atleti infortunati.
Questa esperienza deve essere di monito per tutti gli organizzatori di eventi agonistici perché non sottovalutino l'aspetto della sicurezza e garantiscano un servizio di primo soccorso degno di questo nome. Non bastano due sacchetti di ghiaccio!!! (Vorrei ricordare che anche in Italia molte volte neanche il ghiaccio è disponibile).
Alla luce di questo grave episodio, che getta una pesante ombra sul nostro sport, il movimento del bjj in Italia dovrebbe avere il coraggio di inviare una lettera di protesta alla federazione e al suo presidente per la vergognosa condotta dell'organizzazione in occasione dell'infortunio ad Andrea Verdemare.
l'idea che propongo, e che potrebbe essere raccolta dai maestri e istruttori Italiani, è quella di stilare un documento che raccolga un vero e proprio statuto dell'atleta che raccolga delle norme sulla tutela e stabilisca i diritti dell'agonista.
Dalla copertura assicurativa, ai doveri dell'organizzazione nei confronti di chi è infortunato, chiarezza nelle regole in caso di stop dell'incontro per infortunio, etc.
Avvocati, medici e assicuratori che amano e praticano questo sport, si facciano avanti con idee e suggerimenti per redigere un documento che serva per garantire veramente l'atleta che gareggia.
Non sarebbe una cattiva idea se i maestri e gli istruttori raccogliessero firme tra i loro allievi da inviare assieme alla lettera di protesta e al documento di proposta per una maggiore politica di tutela degli agonisti.
Questo blog pubblicherà qualsiasi iniziativa che si muoverà in questa direzione in nome dello sport e per far si che in futuro la IBJJF consideri l'atleta capitale umano da valorizzare e proteggere. Spero che l'iniziativa venga accolta con favore dalle cinture nere in Italia.
Il jiu-jitsu può essere allo stesso tempo una passione uno sport e un business ricordando che gli atleti sono un patrimonio che va tutelato sempre e comunque.
Sarebbe un vero controsenso che un atleta non professionistico che paga di tasca sua per lottare e che non riceve uno stipendio per lo spettacolo che contribuisce a creare con la sua performance, debba avere meno diritti e tutele di chi lo fa per lavoro.
Condivido in pieno quello pubblicato da Max e, non ha caso, ho voluto "incollare" esattamente il suo post.
Ne approfitto per ringraziare Max del suo post e, nelle vostre nevigazioni, andate spesso a visitare il suo blog in quanto ben fatto, ben curato e molto interessante.